Alien parte seconda

Uno sguardo alla saga di Alien parte seconda

Recensione di Daniele Bruni

I sequel del film di Ridley Scott non vennero mai affidati allo stesso regista, per giunta ognuno molto diverso dall’altro a livello artistico: abbiamo Aliens diretto da James Cameron nel 1986, Alien3 a cura di David Fincher nel 1992, infine nel 1997, Alien Resurrection diretto da Jean-Pierre Jeunet. Ognuno di essi ha contribuito, a suo modo, a sedimentare la mitologia di uno degli alieni più famosi della storia del cinema, caricandolo film dopo film, di nuovi significati. Bisogna tuttavia ammettere che questi tre sequel devono gran parte del loro successo cinematografico alle soluzioni inventate dalla squadra autrice del primo film. Sebbene dunque queste opere abbiano un loro innegabile e intrinseco valore, e vada apprezzata la creatività di quei registi nel riuscire a dare ogni volta un’impronta nuova alla saga, ciò non impedisce loro di avere l’aspetto di echi dell’opera capostipite, con la cui originalità ci si è sempre confrontati, raggiunta forse da Cameron e Jeunet ma mai superata. James Cameron si dimostrò molto abile nel recuperare l’eredità di Scott; il suo Aliens (1986) riesce a presentarsi come la naturale prosecuzione ed espansione di un universo narrativo che era stato solo accennato nel film del ’79. Già il titolo Aliens, plurale

di Alien, preannuncia la presenza di più xenomorfi, e persino l’introduzione della regina aliena, mostruosa creatura più grande e feroce di un comune xenomorfo il cui scopo è deporre le uova dalle quali i parassiti denominati facehugger, i quali a loro volta depongono l’embrione alieno negli ospiti umani. Il cast questa volta è decisamente più ampio; vediamo soldati, dottori, scienziati e uomini d’affari. All’inizio del film Ellen Ripley viene recuperata mentre era alla deriva nello spazio in ipersonno, un sonno durato 57 anni. Viene portata a bordo della stazione spaziale Gateaway in orbita attorno alla Terra, e dopo aver ricevuto le cure necessarie è sottoposta ad una indagine per capire cosa accadde alla Nostromo e al suo equipaggio. L’anonima compagnia del primo film, responsabile del disastro, poiché segretamente interessata a recuperare la forma di vita aliena dal pianeta, a costo delle vite dell’equipaggio, assume qui un nome. la Weyland-Yutani, il cui slogan è “Building Better Worlds”. Ripley verrà incaricata di accompagnare, in veste di consulente, un plutone di marines spaziali per scoprire la causa delle improvvise cessate comunicazioni con la colonia che ormai, da vent’anni, abitava il pianeta su cui l’equipaggio della Nostromo rinvenne la nave aliena e il suo mortale carico. Ripley accetta a patto che gli alieni vengano eliminati, e non catturati dalla compagnia, che sarà in realtà il suo reale e unico

scopo in questo e in tutti gli altri film. Cameron mette dunque parzialmente in secondo piano l’impianto horror del primo film, sposando d’altro canto, in modo molto più accentuato tutti i temi cari alla fantascienza che proprio negli anni ’80 stava vedendo nascere alcuni dei suoi maggiori esponenti di sempre. La corporazione ricca e senza scrupoli è un classico degli universi futuristici, e una preoccupazione da sempre viva nell’immaginario comune; vederne una talmente potente da controllare i viaggi nello spazio e sacrificare vite umane per lo studio di un alieno è l’apoteosi distopica per eccellenza. Inoltre, la critica ha voluto vedere nei soldati tanto agguerriti quanto sciocchi e inermi di fronte a una minaccia che va ben oltre la loro comprensione, un richiamo a quella che fu la disastrosa campagna in Vietnam. Non fu certo un caso che da quella segnante sconfitta nel cinema iniziò a svanire l’assoluta sicurezza nel potere delle forze armate, lasciando spazio a soldati vittime dei conflitti e non più eroici vincitori. Inoltre, se nel film di Scott avevamo assistito allo scontro contro l’alieno come entità opposta all’umano in quanto sua infernale deformazione, in Aliens, Cameron sposta in parte l’asse del conflitto tra Ripley, come simbolo della maternità umana, e la regina aliena che rappresenta invece la maternità mostruosa. Ripley infatti incontra l’unica superstite della colonia, una bambina, la piccola Newt (Carrie Henn) e se ne prenderà cura, al

punto da mostrarsi in una delle scene più famose del film, armata e pronta all’assalto contro la prole della regina per proteggere quella che è a tutti gli effetti sua figlia adottiva. Ripley infatti aveva scoprto che sua figlia era morta di vecchiaia sulla Terra, mentre Newt ha visto morire i suoi genitori per mano degli xenomorfi. Alla fine del film solo il caporale Hicks, Ripley, Newt e l’androide Bishop riescono a fuggire dal pianeta ma la regina aliena è riuscita a infiltrarsi a bordo della navetta di salvataggio. Ripley ha dato fuoco alla sua covata e la sua progenie è ormai senza futuro. In preda alla vendetta sventra l’androide e attacca la bambina, ma Ripley l’affronta grazie a un esoscheletro elevatore da carico. Le due madri guerriere si scontrano e infine la regina viene espulsa nello spazio. Aliens avrebbe potuto essere senza esitazione la conclusione delle avventure di Ripley, in Italia il film uscì oltretutto con il sottotitolo Scontro Finale. Cameron era riuscito a proseguire la saga in modo intelligente e originale; mise molto impegno anche nella realizzazione degli alieni per evitare che si capisse che si trattava semplicemente di un uomo in costume come nel primo film. Per animare la regina aliena alta quattro metri, furono necessari sedici marionettisti, e per dare un aspetto più vero agli altri xenomorfi si ricorse a riprese accelerate, per dare l’illusione che si muovessero in modo così innaturale da non poter certo essere un attore ad animarli. Pare

che per la 20th Century Fox, lo xenomorfo avesse ancora molto da offrire e si decise di realizzare un terzo episodio. Tuttavia, l’opera incontrò non pochi ostacoli; numerosi scrittori si passarono il compito di scrivere la sceneggiatura ma ogni volta, uno dopo l’altro, si videro costretti per vari motivi ad abbandonare l’opera in corso, basti pensare che il set dove girare era pronto prima ancora che esistesse la sceneggiatura vera e propria. Infine, la Fox chiamò Walter Hill e David Giler, che mescolarono tra l’oro le varie bozze dei progetti precedenti, ottenendo così una scrittura che subì oltretutto, numerosi tagli in fase di montaggio, dando vita ad un’opera dalla scarsa identità. Una delle prime sceneggiature prevedeva che Ripley non sarebbe apparsa nel film poiché in ipersonno, dando invece spazio agli altri tre personaggi sopravvissuti al film di Cameron, ma pare che per la Fox la presenza della Weaver fosse imprescindibile. Con una quasi spregiudicata mancanza di rispetto per il capitolo precedente, in Alien3, la navicella di Ripley a causa di un cortocircuito espelle la sua e le altre capsule criogeniche sul pianeta più vicino, la colonia penale Fury. Durante l’atterraggio d’emergenza Ripley è l’unica sopravvissuta, Cameron in persona criticò la morte degli altri personaggi. Si scoprirà solo successivamente che il guasto venne causato da un facehugger fuoriuscito da un uovo deposto dalla

regina prima di essere uccisa da Ripley nell’ultimo film. Esso infetterà il cane di uno dei detenuti, dal quale nascerà un nuovo xenomorfo, quadrupede questa volta poiché a immagine e somiglianza dell’animale da cui è nato. Ripley si ritroverà nuovamente a dover guidare i 25 detenuti della colonia verso la salvezza, nell’attesa dell’arrivo dei soccorsi della Weyland-Yutani. Il film purtroppo non dona personaggi di grande spessore, tenta di riproporre parzialmente l’atmosfera claustrofobica e viscerale del film originale, senza però fare grande leva sulla figura dell’alieno, che qui sembra divenire ormai una minaccia reiterata al punto da essere secondaria rispetto alle vicende di Ripley e dei detenuti. È un peccato che il film venne dunque male accolto dalla critica, soprattutto perché vi è in realtà una notevole ricerca estetica e simbolica; Ripley ha perso ogni cosa, è naufraga su una colonia di reietti, un pianeta poco ospitale dai toni grigi, sul cui orizzonte si stagliano ciminiere e fonderie industriali. Ripley stessa accusa fisicamente il peso della guerra di cui è protagonista, il suo aspetto disumanizzato e stremato porta su di sé i segni del martirio, un’immagine che è stata associata alla celebre performance artistica di Renée Falconetti quando interpretò Giovanna d’Arco nel film di Dreyer risalente al 1928. Nel finale assistiamo tuttavia all’unico vero e proprio colpo di scena, poiché Ripley si toglie la vita

lanciandosi in una fornace per uccidere sé stessa e l’embrione di regina xenomorfa che le stava crescendo nel petto. Il film di Fincher sembrava davvero mettere la parola fine alla saga; Alien fondava il mito, Aliens mostrava la battaglia tra le due madri e i loro simili. Alien3 era infine, l’ultimo stanco scontro tra Ripley ormai allo stremo, e un piccolo xenomorfo superstite anch’esso a modo suo. Entrambi abbandonano questa lotta e con essa la vita, in un abbraccio mortale nel fuoco.