Dark Star

Una recensione di Daniele Bruni. Sarebbe sciocco non riconoscere al genere fantascientifico, la capacità di essere stato da sempre in grado di riflettere magistralmente le ambizioni, le fantasie e le paure della nostra civiltà. In qualche modo, seppur costruzioni immaginarie, davano l’impressione di poter essere dietro l’angolo, nulla o quasi del cinema di fantascienza esiste come viene rappresentato sullo schermo, ma il suo fascino sta nel fatto che potrebbe esserlo, un giorno forse. Le fobie e le allegorie del cinema di fantascienza anni ‘50 e ’60, saranno la base di partenza dalla quale il genere reinventerà sé stesso sotto nuove identità di complessità assai maggiore. Gli anni ’70 si aprono all’ombra del pesante segno che 2001: Odissea nello Spazio aveva lasciato nella storia del genere e in generale della storia del cinema, con la quale sarebbe stato impossibile non relazionarsi. È fondamentalmente un periodo di rinascita per il genere che diventa strumento di indagine politica, filosofica e espressivo-artistica in un contesto culturale tanto ricco quanto contraddittorio. È proprio nel ventre della controcultura statunitense che nasce Dark Star, film del 1974, seconda opera di Jhon Carpenter e scritto assieme a Dan O’Bannon. Nato come tesi universitaria il film dura appena 83 minuti e fu realizzato con un budget di 60.000 dollari, si propose come una decostruzione dei temi cari alla fantascienza. È un’opera antiaccademica, antieroica, antifilosofica, ridicolizza e si fa beffa di ciò che fino ad allora era visto con meraviglia e riverenza. Divenne subito un cult grazie all’originalità dei suoi creatori che in questo film mostrarono per la prima volta un talento inaspettato e che darà vita a opere fondamentali negli anni a venire. Carpenter tornerà di fatto sul genere fantascientifico incentrato sugli extraterrestri con le sue due opere storiche: Starman (1984) e The Thing (1982). O’Bannon invece sarà lo sceneggiatore di quel successo immortale che sarà Alien diretto da Ridley Scott nel 1979, delle cui tematiche stiamo per vedere una ironica anticipazione. Dark Star è il nome di una nave spaziale americana in missione nello spazio inesplorato, alla ricerca di pianeti dall’orbita instabile da far esplodere con bombe intelligenti. In linea con il suo intento parodistico verso la fantascienza e con 2001: Odissea nello Spazio, che la fantascienza l’aveva segnata per sempre, Dark Star prende molte delle sue tematiche e le capovolge in modo irriverente a partire dalla colonna sonora. Nulla a che vedere con Also Sprach Zarathsustra, la potenza evocativa quasi mistica delle altre musiche del film di Kubrick e l’eleganza della Discovery One che si muoveva con grazia come se danzasse. Nei titoli di testa la Dark Star viaggia per la galassia in linea retta come una macchina da corsa, attraverso meravigliosi sfondi disegnati, ed è accompagnata da una musica country, Benson Arizona realizzata appositamente per il film dallo stesso Carpenter e Bill Taylor. L’equipaggio è formato da quattro astronauti più uno conservato criogenicamente; nessuno di loro però è come ci si aspetterebbe. In 2001, Kubrick ci aveva mostrato astronauti seri e professionali, che sentivano tutto il peso della loro missione, qui ci troviamo di fronte a un gruppo di capelloni barbuti un po’ hippy, che darebbero qualsiasi cosa per non essere lì. I nostri protagonisti sono pigri, annoiati, trascurano la manutenzione dell’astronave, perché fondamentalmente non gli interessa. Certo svolgono il loro compito, ma lo fanno quasi per inerzia, preferiscono di gran lunga stare nelle loro cabine trasandate, arredate con poster erotici a leggere riviste, fumare o in generale cercare di distrarsi in tutti i modi, anche quelli più stupidi, per ingannare la noia. Bisogna riconoscere che nonostante questa atmosfera così leggera ogni astronauta è profondamente diverso l’uno dall’altro; abbiamo il tenente Doolittle (Brian Narelle) colui che detiene il comando dopo la morte e l’ibernazione del comandante Powell, ma non ha le capacità per svolgere correttamente il suo ruolo e per quanto ci provi non riesce a esercitare molta autorità. Lo sceneggiatore O’Bannon qui interpreta il sergente Pinback, che in realtà è finito sulla Dark Star per errore dopo che il vero Pinback gli ha scaricato il suo ruolo; è un personaggio allegro, giocoso e a causa di questo è talvolta escluso dal gruppo, perché non condivide la loro stessa profonda noia. Boiler (Cal Kuniholm) è silenzioso, esausto, l’unica cosa che lo intrattiene sembra essere sparare con un fucile laser per i corridoi dell’astronave. Infine, Talby (Dre Pahich) è un personaggio romantico e malinconico, l’unico che contempla lo spazio con il fascino che ognuno di noi proverebbe e che nel film, nessuno prova. È anche l’unico che prende seriamente la manutenzione della navicella. A causa della distanza con gli altri membri passa la maggior parte del tempo da solo a osservare le stelle. Si sa, lo spazio è pericoloso e nei film di fantascienza nulla va mai nel verso giusto, per quanto i nostri protagonisti si troveranno presto a dover affrontare ben due minacce, tanto classiche quanto originali nella loro realizzazione. Si era accennato a una anticipazione di ciò che si sarebbe visto in Alien cinque anni più tardi, ebbene, O’Bannon non solo come sceneggiatore, ma come attore nei panni di Pinback, ci regala alcune delle sequenze più memorabili del film. I nostri astronauti hanno infatti recuperato in qualche modo un alieno da un pianeta sconosciuto e lo hanno portato a bordo; la creatura non sembra intelligente e per questo è trattata alla stregua di un animale domestico di cui tuttavia non si fidano del tutto e lo tengono rinchiuso in uno sgabuzzino. Questo alieno è letteralmente un pallone gonfiabile da spiaggia, con delle zampe palmate attaccate alla parte inferiore ed è tutt’altro che stupido, visto che appena ne ha occasione colpisce a colpi di scopa il povero Pinback e lo intrappola nella tromba dell’ascensore per poi sabotare i sistemi della nave. Risulta quasi inverosimile vedere come questa creatura riesca a essere la parodia di un topoi (l’alieno a bordo) che in realtà ancora non esisteva ma che avrebbe avuto un grande successo. Il povero alieno finisce sgonfiato, colpito da un dardo tranquillante, rivelando tutta la sua imbarazzante non pericolosità, ma il danno ormai è fatto. Il suo sabotaggio ha innescato una delle bombe intelligenti che è decisa a esplodere senza però che si sia staccata dalla Dark Star. L’intelligenza artificiale della bomba n.20 che minaccia i protagonisti è un eco di ciò che fu HAL 9000, unito se vogliamo, alla paura mista a ossessione per la bomba, e uso spregiudicato di essa e della violenza, di cui Il dottor Stranamore (1964) ne fu un fantastico interprete e della quale Carpenter sembra voler continuare a parlare in modo irriverente. La bomba n.20 da buon impiegato non capisce perché non dovrebbe esplodere, visto che ha ricevuto chiaramente il segnale di innesco, l’unico modo per dissuaderla sembra “usare la fenomenologia”. Il tenente Doolittle ingaggia una divertente arringa filosofica per convincere la bomba che non si può mai essere certi di ciò che arriva ai nostri sensi, perché potrebbero sbagliarsi, non c’è modo di sapere la verità assoluta. La bomba perplessa sembra crederci, ma la sua meditazione la porta all’inevitabile conclusione che, se non ci si può fidare degli stimoli esterni, l’unica cosa certa è ciò che si è dentro, pertanto al grido di: “Penso, dunque sono” e “In principio era il buio e io venni dopo il buio. E luce sia!” decide di farsi esplodere come affermazione assoluta del proprio Io. Solo Doolittle e Talby che si trovavano fuori dalla Dark Star sopravvivono, ormai alla deriva l’unica cosa da fare è trovare un modo dignitoso di morire. Talby si unisce a un gruppo di comete scintillanti, mentre Doolittle monta su un rottame e lo cavalca come una tavola da surf, attratto dalla gravità del pianeta lì vicino, andando a comporre un’immagine iconica presente sulla locandina del film, il tutto di nuovo accompagnato da Benson Arizona. Così termina dunque l’odissea della Dark Star; il film ha un valore straordinario e viene da chiedersi come sarebbero oggi molte space opera, ben più celebri, senza il precedente contributo di questo piccolo film. I suoi creatori sono riusciti a creare una commedia originale e in parte in anticipo sui tempi, partendo dalle basi classiche del genere fantascientifico, interpretando una protesta ideologica che in quegli anni in America era molto forte, costituendo quasi un attacco al sogno americano e ai suoi miti. Si arriva poi al dialogo con la filmografia di Kubrick e il tutto è poi inserito in un film relativamente povero sotto tutti gli aspetti della sua realizzazione, ma non si vergogna di ciò, anzi ne fa il suo cavallo di battaglia. Questo dimostra la grande passione di quei ragazzi che vollero a loro modo esporre il loro personalissimo punto di vista e usare la fantascienza come interprete della loro realtà. Una realtà in cui anche l’andare controcorrente a tutto ciò che c’era di classico, trovava il suo posto, e tra una risata e l’altra, questo film lo afferma con grande dignità.

Di Daniele Bruni