Incontri Ravvicinati…

Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo recensione di Daniele Bruni . Steven Spielberg dirige Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (Close Ecounter of the Third Kind) di cui scrive anche la sceneggiatura, nel 1977; due anni più tardi, nel medesimo contesto culturale, Ridley Scott presenterà Alien. Queste due opere che chiudono gli anni ’70, costituiscono due punti di vista profondamente diversi nei confronti del diverso e dell’alieno e riassumono in parte i nuovi orizzonti ideologici che avevano investito la società americana, e in parte, l’Occidente intero. Quella di Spielberg che si proietta in un futuro in cui l’altro, il diverso è ormai un volto noto, pervade le nostre vite, e l’alieno non è più una minaccia, bensì un amico. Il film deve la sua fortuna ad alcuni elementi chiave presi di prepotenza dall’immaginario sociale e inseriti in modo magistrale, il lavoro di Spielberg rende questo film un’opera con la quale il futuro cinema di alieni, e più in generale quello di fantascienza ha inevitabilmente dovuto confrontarsi, analogamente a quanto accadde con 2001: Odissea nello Spazio. È necessario partire dalla premessa che gli alieni sono stati poco presenti nel cinema degli anni ’70, fatta eccezione per quel preziosissimo L’uomo che Cadde sulla Terra, opera che tuttavia fa parte di una fantascienza autoriale e non canonica che venne poco comprese dal grande pubblico, nonostante l’alieno interpretato da David Bowie è quasi più umano degli umani che lo circondano, creando un personaggio memorabile nella storia del cinema. Inoltre, contrariamente a quanto si possa pensare, Star Wars, uscito anch’esso nel ’77, non diede grande contributo agli alieni cinematografici, o per lo meno, non lo fece a livello simbolico. In Star Wars gli alieni non ci stupiscono affatto, la loro presenza è scontata, sono talmente reiterati all’interno della storia che finiscono col perdere tutto il fascino legato al concetto di “alieno”, concetto che è invece fulcro di questa analisi. Spielberg dopo tanti anni ebbe il desiderio di creare una nuova opera di pura fantascienza con extraterrestri imparagonabili ad un essere umano. Il film è la storia di un ipotetico primo contatto tra l’umanità e una civiltà aliena, visto però in chiave spirituale; nel film stesso viene detto che un simile incontro potrebbe spingere le persone a credere di incontrare Dio, semplicemente perché di fronte a una tecnologia, e ad entità talmente avanzate, da essere aldilà della nostra comprensione. In linea con questo incipit, le simbologie religiose nel film si; molte di esse legate all’immaginario cristiano ma non manca anche il contributo del buddhismo nella sequenza ambientata a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio e luogo in cui viene cantata per la prima volta la musica iconica del film. Musica, altro elemento chiave dell’opera che qui funge da strumento primario per unire le due civiltà. L’arrivo degli alieni è preceduto da fenomeni inspiegabili sempre più frequenti, costituendo una vera e propria attesa come ce la si immaginerebbe in un testo religioso. Riappaiono gli aerei della “Squadriglia 19”, scomparsa nel Triangolo delle Bermude nel 1945, viene rapito il piccolo Barry di appena tre anni da parte entità invisibili provenienti dal cielo, il protagonista Roy Neary (Richard Dreyfuss) avvista misteriose luci nella notte mentre è nel suo furgone. Quest’ultimo episodio in particolare ricorda molto la conversione di Paolo, che nel Cristianesimo viene folgorato dalla luce di Dio sulla strada per Damasco. Allo stesso modo Roy viene abbagliato da questa luce misteriosa che scotta la sua pelle marchiandolo e provocandogli da quel momento, l’ossessione per quelle creature e tormentandolo con indecifrabili visioni di una montagna. I rapimenti, le sparizioni e gli avvistamenti di strane luci nel cielo notturno d’altro canto, non sono altro che riferimenti più che espliciti alla neonata cultura ufologica, sapientemente inserita da Spielberg all’interno del film. Dal primo avvistamento reso ampiamente pubblico nel 1947, all’utilizzo vero e proprio del termine UFO nel 1952, coniato dall’aeronautica americana, fenomeni come rapimenti alieni, misteriose luci nel cielo e dischi volanti stavano diventando incredibilmente popolari. Tenere conto di questo fenomeno sociale si rivelò una carta vincente, poiché permise di porre l’alieno come un’entità che bene o male tutti conosciamo, fa parte della nostra vita, l’opera inneggia apertamente all’accettazione del diverso, ed anzi, il diverso qui è portatore dell’illuminazione spirituale. Decade completamente l’ottica documentaria, fredda e scientifica che rendeva credibili le storie dei film fantascientifici anni ’50 per lasciar spazio ad un’estetica votata completamente all’orizzonte emotivo dello spettatore. Nel nuovo orizzonte ideologico di fine anni ’70 l’altro, e in questo caso, l’alieno, non è più necessariamente un nemico, non è qui per invaderci, perché la realtà in cui viviamo non può più essere invasa. Si iniziava a vivere in uno spazio e in un tempo alterato, sempre più mediato dall’elettronica: computer, videogames, televisione. In una società in cui è l’Io stesso ad alienarsi, e la massa perde la sua rassicurante uniformità, nessuno è più grado di vedere nell’altro una minaccia; il diverso è intorno a noi, possiamo persino essere noi stessi degli alieni per gli altri. Curioso notare che lo stesso pensiero appena descritto sarà anche alla fonte della nascita dello Xenomorfo di Scott due anni dopo. In un mondo in cui il nemico non è più individuabile, il nostro naturale desiderio di dare una forma alle nostre paure e a ciò che può minacciarci da vita a una creatura senza forma. In Alien è quasi impossibile comprendere appieno l’aspetto dello Xenomorfo, egli è dello stesso colore scuro della scenografia e persino il suo corpo sembra fatto della medesima materia. In ogni caso, l’atteggiamento positivo che domina nel film di Spielberg mostra anche come la cultura statunitense in particolare sembra perdere gran parte della sua spinta aggressiva verso il diverso. Inevitabile non associare questi cambiamenti alla controcultura, e in particolare ai postumi sociali che il fallimento della Guerra del Vietnam aveva lasciato nel cuore degli USA. L’arrivo degli alieni è un evento che i pochi “toccati” dalla loro luce attendono spasmodicamente, sono portati sul bordo dell’insanita mentale come vecchi profeti ossessionati dalla voce di Dio nelle loro orecchie che li spinge ad andare contro tutto e tutti animati da questo fervore visionario. Di nuovo, coloro che sono stati toccati dagli alieni diventano immediatamente dei diversi agli occhi degli altri; la moglie di Roy lo abbandona, ma a lui non sembra importare, perché la sua diversità lo sta conducendo su un sentiero illuminato. A sua volta l’equipe scientifica che segue le misteriose apparizioni, guidata da Claude Lacombe, interpretato da François Truffaut, non è ostile verso le creature ma genuinamente curiosa; incredibile ma vero… Nessuno in questo film vuole sparare o si sente minacciato dagli alieni. Essi per primi decifrano i suoni alieni e li traducono in un linguaggio con il quale sperano di riuscire a comunicare con loro. Infine, gli alieni arrivano finalmente; tutti i protagonisti del film erano stati guidati in quel luogo dalla visione di una montagna che si rivela essere la Torre del Diavolo, una montagna realmente esistente nel Wyoming, tutt’ora luogo di culto per i nativi americani. Quasi come se Spielberg avesse voluto citare una scena di un film biblico, immense nubi cingono la montagna e la colossale astronave arriva sulla Terra seguita dalle navicelle minori viste in precedenza. Qui umani e alieni si lanciano in un vero e proprio concerto interplanetario; le cinque note della celebre melodia elettronica erano volutamente un riferimento alla parola “hello” anch’essa composta da cinque lettere. Salvo 2001 e altre rarissime eccezioni, la musica nei film di fantascienza non ebbe mai grande rilevanza, usata per lo più come accompagnamento e spesso molto simile tra le varie opere. In questo film John Williams realizza una colonna sonora memorabile; difficile rendere a parole il senso di meraviglia e genuina fratellanza tra noi e gli alieni che la colonna sonora intende suggerire. Ricollegandoci alla logica degli effetti speciali votati alle emozioni, non è un caso che il concerto sia corredato da impulsi luminosi, sia sul tabellone umano che sulla nave aliena. Luce e musica sono elementi a cui l’umano è per natura molto suscettibile e qui divengono la chiave della nostra unione con gli alieni. È ovvio che le luci accecanti e i movimenti innaturali delle navicelle non hanno plausibilmente alcuna funzione utile sotto un’ottica scientifica, ribadiamo che sono tutti effetti volutamente volti al suscitare commozione. Tuttavia, bisogna tenere in considerazione che solo perché noi li riteniamo meri accessori estetici, non per forza deve essere altrettanto per una civiltà aliena. Infine, il portellone della nave spaziale si apre e da una luce accecante emergono i nostri nuovi amici. Si mostrano a noi piccoli, potenti certo com’è logico immaginare, ma non minacciosi, a dire il vero sembra quasi di vedere una scolaresca di bambini che scende dallo scuolabus. Tutti insieme prendono per mano Roy e lo portano con loro, lui acconsente felice a quella che può essere interpretata come una sorta di ascensione di chi aveva ricevuto la loro luce e ora è degno di viaggiare tra le stelle con loro. In cambio gli alieni restituiscono tutte le persone scomparse misteriosamente negli anni, non invecchiate di un giorno. Spielberg è e sarà sempre un regista abile, ma in questo caso lui e la sua squadra realizzarono un’opera cinematografica che tutt’ora come poche riesce a celebrare l’infinita meraviglia dell’universo e la fratellanza che dovrebbe legare tutte le sue creature sia in cielo che in terra. Bisogna notare che caricare di un simile valore religioso gli extraterrestri è un cambiamento ideologico non da poco. Spesso la critica vede molto di più in un’opera di quanto effettivamente ci sia, ma è affascinante pensare che Spielberg abbia voluto mostrare che in fondo è più sano e giustificabile venerare ed essere estasiati da una civiltà aliena superiore e gentile, piuttosto che da un Dio invisibile. Loro sono esseri viventi come noi, possono essere considerati come nostri fratelli, nessuno più di un nostro fratello merita venerazione, amore e meraviglia.