La saga di Alien

 

Uno sguardo alla saga di Alien parte prima.

Recensione di Daniele Bruni

Alien non fu solo una pellicola fortunata, ma il capostipite di una serie cinematografica, il cui successo fu tale da echeggiare in altri media come fumetti e videogiochi, riscuotendo il medesimo successo. Il primo film viene presentato nelle sale nel 1979, prodotto e distribuito dalla 20th Century Fox e diretto da Ridley Scott. Tuttavia, sarebbe una grave mancanza, vedere solo nel regista la chiave del successo dell’opera; essa infatti fu tale grazie al contributo di numerosi artisti che unendo le loro idee, diedero vita a uno dei film più importanti della storia del cinema, non è un caso che la rivista cinematografica Empire lo collochi al 33° posto nella lista dei 500 film più grandi di tutti i tempi. È dunque necessario citare oltre a Scott, Dan O’Bannon responsabile della sceneggiatura, Derek Vanlint alla fotografia mentre Carlo Rambaldi e H.R. Giger curarono l’estetica dello “xenomorfo”. Xenomorfo è solo uno dei tanti nomi che nel corso degli anni sono stati attribuiti alla creatura: alieno, organismo, drago, mostro, insetto. Il film del 1979 vede come protagonista l’equipaggio della Nostromo, una nave spaziale da carico diretta verso la Terra. Allo stesso modo di ciò che fece Spielberg due anni prima, con Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e George Lucas con Star Wars, anche Alien si presenta fin da subito come un prodotto decisamente innovativo nell’ambito del cinema di fantascienza. È innegabile che il film di Scott prenda molto, moltissimo da quel vecchio cinema di fantascienza i cui confini si confondevano spesso con quello horror, Alien è un’icona horror, ma lo approfondiremo in seguito. Per quanto riguarda l’aspetto puramente fantascientifico, Scott appena ricevuto l’incarico di regista, delineò fin da subito quali dovevano essere le caratteristiche dell’astronave e delle tute spaziali. Il film doveva essere un “Non Aprite quella Porta fantascientifico”; quando vediamo la Nostromo sembra incredibilmente realistica, specialmente i suoi interni, sono esattamente come ci si immaginerebbe una nave commerciale con un equipaggio ridotto nel 2122. La nave è piena di angoli bui, tubature, corridoi, condotti, vapori. Ci sono poche zone confortevoli e nonostante siano molto più pulite non hanno un aspetto futuristico, l’idea generale è che si sia trasportata la tecnologia del ’79 tale e quale nello spazio. L’equipaggio, di appena sette membri, viene svegliato dallo stato di ipersonno in anticipo per indagare un probabile segnale alieno proveniente da un pianeta vicino. I protagonisti sono piuttosto riluttanti, non sono astronauti ma operai, il loro unico interesse era tornare sulla Terra per ricevere la loro meritata paga, ma il computer di bordo MOTHER, sfruttando proprio il loro bisogno di denaro, gli ricorda che sono obbligati dalla “Compagnia” ad eseguire l’ordine. Sull’eco di ciò che si vide nel ’65 in Terrore nello Spazio di Mario Bava; Dallas (Tom Skerrit), Kane (Jhon Hurt) e Lambert (Veronica Cartwright) atterrano sul pianeta imbattendosi nel relitto di una navicella aliena nella cui stiva, Kane rinviene una grande quantità di oggetti simili a uova, da esse fuoriesce un parassita che perforando il suo casco, si attacca al volto dello sventurato. Nonostante la riluttanza del tenente Ellen Ripley (Sigourney Weaver), Kane viene soccorso e riportato a bordo, aiutarlo si rivelerà impossibile, il parassita morirà poco dopo liberandolo, ma non senza avergli impiantato un embrione che in poche ore cresce dentro Kane per poi uscire violentemente dal suo petto uccidendolo. La creatura si nasconde a bordo della nave diventando in poco tempo alta due metri e mezzo, dotata di forza sovrumana e altamente ostile verso ogni altra forma di vita. O’Bannon non negò mai le sue ispirazioni a quello che era l’universo sci-fi precedente, per sua stessa ammissione trovò fondamentali le suggestioni del già citato Mario Bava, ma non solo. O’Bannon aveva scritto cinque anni prima un piccolo film fantascientifico diretto da John Carpenter, Dark Star, nel quale appariva già la tematica dell’”alieno a bordo,” ma essendo un’opera in chiave comica, lo sceneggiatore rimase da allora con il desiderio di realizzarne una versione horror. Successivamente O’Bannon conobbe l’artista svizzero Hans Ruedi Giger, le cui opere surrealiste lo colpirono al punto da volere una delle sue creature come protagonista della sua sceneggiatura horror, da lì a poco il progetto ebbe inizio con Scott alla regia. I riferimenti estetici di Giger hanno origini lontane, si possono chiaramente riscontrare le ispirazioni a William Blake e ai pittori fiamminghi. I suoi cupi disegni si presentavano in modo unico, capaci di legare assieme surrealismo e iperrealismo, sensualità e orrore, in quelle che vennero definite “fotografie dall’inferno”. Fu in particolare l’alienante estetica biomeccanica della litografia Necronom IV, a convincere O’Bannon e Scott, e a fungere da modello di partenza per realizzare il costume dello xenomorfo. Com’è già stato accennato, xenomorfo è solo uno dei molti nomi che gli sono stati dati, mai nessuno però ha identificato la creatura in modo ufficiale. Xenomorfo però è forse quello che riassume al meglio la sua natura tanto aliena quanto mostruosa; letteralmente si può tradurre come “forma straniera” ed è proprio ciò che è Alien, una creatura che prende la forma umana e la distorce in una diabolica e mortale. Il simbolismo che ruota attorno a questo alieno, è totalmente incentrato attorno al familiare che si fa non familiare e diventa motivo di terrore, il conosciuto diventa sconosciuto. Già nella presentazione del titolo del film la parola “alien” appare lentamente; all’inizio sono solo frammenti di lettere innocui, che però in poco tempo si completano andando a comporre il titolo che per definizione ci porta immediatamente sul piano dello sconosciuto, sul piano dell’alieno. Lo xenomorfo è il diverso per eccellenza, è l’altro oscuro che tutta l’umanità nel suo inconscio teme; le sue uova vengono prelevate da un pianeta buio, privo di vita, da un relitto abbandonato da chissà quanti anni. Gli astronauti hanno inconsapevolmente effettuato una breve discesa in un luogo in cui albergano i nostri incubi, lo spazio oscuro, sconosciuto e insidioso tanto quanto la mente umana. Sono fuggiti da quel luogo ma hanno fatto emergere da quel mondo il mostro per eccellenza. Alien non prende solo la vita del suo ospite ma anche l’aspetto; è infatti un alieno umanoide, se non fosse per la lunga coda segmentata e il cranio tubolare allungato, un volto senza occhi con una bocca ferale in costante salivazione. Pochi sanno che il design originale del film prevede che sotto la calotta cranica, che in teoria copre il volto dell’alieno, si sarebbe dovuto intravedere il teschio vero e proprio con tanto di cavità oculari vuote. Nel film non si nota mai questo dettaglio se non in una singola scena ma bisogna essere molto attenti per notarlo. Lo xenomorfo è dunque l’antitesi della vita umana se vogliamo; le sue uova sopravvivono dove la vita non potrebbe, la sua progenie cresce in vittime non consenzienti che vengono stuprate per poi dare alla luce figli mostruosi che rubano loro la vita e la forma. Sono creature feroci, digrignano perennemente le fauci, costantemente immersi nei propri fluidi corporei che non sembrano in grado di controllare. C’è anche chi ha voluto vedere nel loro corpo, apparentemente asessuato, ma costellato di protuberanze falliche e fessure, una più che esplicita ipersessualità ostentata, che però diventa anch’essa una distorsione della sessualità umana. Ogni xenomorfo ha un organo retrattile nella bocca, una sorta di protuberanza dentata che usa per penetrare i crani delle vittime uccidendoli, è quasi superfluo aggiungere che, anche questo atteggiamento è stato interpretato dal punto di vista della sessualità mostruosa accennata poco fa. Nel film Kane muore ma ciò che uscito dal suo petto è parte di lui, e il suo aspetto infernale, con tanto di esoscheletro non fa altro che mostrarci lo xenomorfo come una vita rubata e imprigionata per sempre in un corpo diabolico, votato unicamente al dispensare altra morte, fino a che non ci sia altra vita oltre alla sua e a quella dei suoi simili. Questo era l’intento simbolico del lavoro di Scott e la sua squadra nel ’79, il film non fu da subito un successo ma lo divenne in pochi anni. Di grande impatto fu soprattutto la nemesi di Alien, il tenente Ripley interpretato dalla Weaver, unica superstite della Nostromo e da quel momento icona a tratti androgina, tanto quanto lo xenomorfo, eroina femminile e guerriera, condannata ad una odissea spaziale contro quelle creature per i successivi tre film. Ciò che era Alien nel ’79 continuerà ad avere valore nei successivi film, lo ha tutt’ora, ma i successivi registi adottarono nuove strategie, espressive, che modificarono radicalmente l’impatto della creatura sul pubblico.