L’Uomo che Cadde…

Una recensione di Daniele Bruni. Il cinema degli alieni non è certo una categoria cinematografica come può esserlo l’horror, la commedia o il thriller; solitamente si è sempre inserito tutto ciò che riguardava gli extraterrestri nel grande mare che è il genere fantascientifico.

Questa categoria di cinema esiste da sempre, poiché indissolubilmente legato alla inesauribile immaginazione dell’essere umano. Forse e proprio a causa di questo suo legame intimo con l’immaginazione, che nei decenni il cinema di fantascienza non ha mai smesso di reinventarsi e sviluppare sempre nuovi metodi di espressione. Oggi questa argomentazione in realtà inizia a perdere di significato, data la sempre maggiore fusione tra generi diversi che sta attraversando il cinema contemporaneo. Ma non si può negare a mio avviso, che la fantascienza al cinema vantò, in anticipo rispetto ad altri generi, una varietà tematica, espressiva e visiva che nessun’altro possedeva. Nel 1976 gli alieni erano momentaneamente passati in secondo piano, le turbolenze sociali in atto in America, e più in generale nel mondo Occidentale, orientarono i film di fantascienza verso ciò che riguarda il nostro spazio interno e non quello esterno. Fu proprio in quell’anno che il regista britannico Nicolas Roeg stupì tutti con il suo film, L’Uomo che Cadde sulla Terra (The Man Who Fell to Earth), un film che inaugurò un diverso modo di fare la fantascienza e soprattutto un alieno mai visto prima. Stupire qui è il termine più adeguato, poiché il pubblico americano non era abituato al cinema d’autore europeo, e di autore è il caso di parlare.

Roeg iniziò la sua carriera come direttore della fotografia, durante la quale ad esempio fu direttore della seconda unità di fotografia nel film di David Lean Lawrence d’Arabia (1962). Che lo rese molto noto fino a collaborare persino con François Truffaut, nella realizzazione di Fahrenheit 451 nel 1966. Decide poi negli anni ’70 di avviare la carriera da regista ed uno dei suoi primi successi fu appunto L’Uomo che Cadde sulla Terra. Tratto dall’omonimo romanzo di Walter Tevis, il film racconta la storia di Thomas Jerome Newton; un cittadino inglese, stando al suo passaporto, piuttosto eccentrico. All’inizio del film Thomas contatta un famoso avvocato di New York, Oliver Farnsworth (Buck Henry) chiedendogli di esaminare alcuni suoi progetti. Ciò che Thomas sottopone all’avvocato sono idee rivoluzionare in ambito tecnologico, e in pochissimo tempo permettono a Thomas a diventare il presidente di una delle più grandi multinazionali che siano mai esistite, la World Enterprises. Senza dimenticarci che la storia originale, che vedremo nel dettaglio più avanti, è stata ideata da Tevis, a cui va in parte il merito dell’originalità del film, analizziamo più nel dettaglio cosa ha fatto Roeg, per rendere l’opera ancor più innovativa. Il film inizia con alcune sequenze dedicate ai viaggi spaziali intrapresi dall’uomo, una veduta in prima persona di un volo aereo e poi qualcosa che precipita in un lago del Kentucky. Queste sequenze precedono la comparsa della silhouette di Thomas avvolta in un impermeabile, scendere a fatica da un pendio di roccia friabile. Queste scene provocano un certo disorientamento; non abbiamo visto nulla che ci faccia pensare che Thomas sia un alieno, nemmeno lo abbiamo visto cadere sulla Terra come riportato nel titolo. Proprio in queste sequenze possiamo vedere ciò che caratterizza la filmografia di Roeg, che in questo film non è neanche complessa, come sarà in altri successivi, a dire il vero. Viene fatto largo uso del montaggio parallelo, con l’intenzione di accostare sequenze estranee all’azione principale allo scopo di creare effetti simbolici.

Le immagini dei razzi spaziali, dello space shuttle e del volo in prima persona, non sono attribuibili a al viaggio compiuto da Thomas per arrivare sulla Terra, ma ci fanno capire che in realtà è proprio quello che è successo. Durante tutto il film ci saranno grandi ellissi narrative, spesso improvvise, situazioni poco chiare a prima vista e in generale, alla fine del film, è inevitabile trovarsi con alcune lacune. Non tutto ciò che succede viene spiegato come in un film classico, Roeg ci da tutti gli elementi, ma spetta a noi saper mettere insieme i pezzi e dare il corretto significato a ciò che vediamo, con l’aiuto di un po’ di immaginazione. Certo creare un effetto lacunoso, può sembrare la sgradita conseguenza di un film che vede sé stesso in modo elitario, ma non c’è alcuna presunzione intellettualistica nell’opera di Roeg se non la voglia di creare un’opera originale e fortemente simbolica. Ci sono voice over, flashback, primi piani molto espressivi, raccordi, proiezioni dell’interiorità di Thomas, tutto ciò montato in modo quasi compulsivo. Eppure, ogni sequenza per quanto complessa e pregna di significati, è in realtà comprensibile, anzi, grazie a questa stratificazione simbolica dell’opera, è possibile che uno spettatore possa vedere dare un senso diverso a ciò che vede rispetto ad un altro spettatore. Thomas diventa quindi ricchissimo senza un apparente scopo in realtà; lentamente sembra essere sempre più inglobato nella vita di un comune terrestre, intraprende persino una relazione con una giovane donna, Mary-Lou (Candy Clark) stregata dal fascino di quel giovane misterioso. Prendendo in esame il personaggio di Thomas è impossibile non attribuire il suo successo all’attore che lo interpreta, ovvero David Bowie nel suo esordio come attore.

Bowie fu un grande artista poliedrico e icona del mondo pop per decenni, a caratterizzarlo furono spesso i suoi atteggiamenti eccentrici, la messa in discussione dell’identità sessuale e i numerosi travestimenti che veicolavano tutte queste caratteristiche in modi sempre nuovi e originali. Uno dei suoi più celebri alter ego fu Ziggy Stardust, un umano che entrato in contatto con degli esseri alieni chiamati da Bowie gli “infiniti”, viene investito in parte dalla loro natura ultraterrena. Ziggy è un personaggio efebico, androgino e dai capelli rosso fuoco; una figura piuttosto eccentrica a cui Bowie teneva molto, ed è palese come parte di quel personaggio sia confluito nell’interpretazione dell’alieno di Roeg, che risulta essere a tutti gli effetti un precursore dell’alieno fragile e pacifico. Thomas è infatti all’apparenza una creatura molto debole, i viaggi in macchina lo mettono a dura prova e il solo prendere un ascensore lo fa svenire. È molto emotivo, ma nasconde quasi sempre i suoi pensieri dietro a specifiche espressioni e silenzi eloquenti. Il suo essere un alieno quasi certamente superiore a noi, non lo rende più forte o sicuro, questo personaggio è uno dei primi alieni nella storia del cinema ad essere in realtà vittima del nostro mondo. La Terra lo disorienta, Roeg è bravissimo a mostrarci il mondo dal suo punto di vista che risulta affollato, chiassoso e disorientante. Quando Thomas si trova in un ristorante giapponese, assiste alla performance di alcuni attori in costume mentre eseguono un qualche spettacolo sconosciuto, tramite il montaggio alternato, viene accostata a questa sequenza quella che vede protagonista il professor Nathan Bryce (Rip Torn) mentre ha un rapporto sessuale, che definire concitato sarebbe un eufemismo, con una studentessa.

Questa sequenza è forse una di quelle che più di tutte mettono in mostra il disagio di Thomas; non accade nulla di che in realtà, ma il significato ottenuto in fase di montaggio, grazie anche all’eccezionale accompagnamento sonoro di John Philips e Stomu Yamashta, crea un effetto alienante in chi guarda, diremmo quasi aberrante. Condividiamo l’angoscia di Thomas nel trovarsi in un mondo che non gli appartiene e non comprende. Il disagio di Thomas cresce e soprattutto inizia a temere sempre più per le vite della sua famiglia rimasta sul suo pianeta d’origine. Decide così di sfruttare le sue ricchezze per costruire una navicella spaziale in grado di riportarlo a casa. Si separa da Mari-Lou con la quale, nonostante tutto aveva stabilito un profondo legame mentale e fisico, ad un livello superiore a quello dell’umano potremmo dire. Prima di salutarla le rivela la sua natura rimuovendosi le protesi corporee che lo facevano sembrare umano mostrandosi per ciò che realmente è: glabro, pallido privo di genitali e con occhi da serpente. Si ritira poi in una baracca dove in attesa della partenza rivela la sua identità anche al professor Bryce che lo assiste nell’impresa, confidandogli di essere venuto sulla Terra in cerca d’acqua per il suo pianeta morente. Purtroppo, il lancio non avviene, Thomas viene intralciato dai servizi governativi preoccupati per il troppo potere accumulato da una singola compagnia e Thomas cade in disgrazia. Rinchiuso in un hotel, abbandonato, viene studiato da degli anonimi scienziati determinati a distruggere ogni traccia della sua alienità, fissando le protesi al suo corpo irreversibilmente. Ormai rassegnato inizia persino a bere alcolici, cosa che aveva sempre detestato; riceve alcune visite, sia da Bryce che da Mari-Lou. Quest’ultima cerca di convincerlo in modo piuttosto insensibile che la vita sulla Terra non sarebbe così male, può avere tutto quello che vuole e non ha senso continuare a pensare a quella landa desertica che si è lasciato alle spalle. Come era già accaduto in precedenza, anche in questa occasione Thomas preferisce restare in silenzio, quasi sapesse che un umano non potrà mai capire la complessità delle sue emozioni.

Senza dire nulla Bowie riesce attraverso il suo personaggio a mostrare tutto il suo distacco da un atteggiamento superficiale e irrispettoso verso il diverso, atteggiamento piuttosto ricorrente nella storia dell’umanità. Tendiamo sempre a credere che ciò che è meglio per noi lo sia anche per gli altri, così come gli scienziati che lo tengono in ostaggio preferiscono renderlo umano, annientando la sua diversità. Alla fine della storia Thomas riesce a evadere, e si costruisce una nuova vita molto più anonima; un ormai vecchio Bryce lo ritrova dopo tanti anni, giovane come quando lo aveva conosciuto e scambia con lui un ultimo dialogo. L’uomo sente su di sé un forte dispiacere per il destino della creatura, ma Thomas lo rassicura, dicendogli che forse “loro” lo avrebbero trattato allo stesso modo se fosse stato il contrario, ammettendo tuttavia che, però, forse una speranza ci può ancora essere. Il film termina con un cameriere che si avvicina a Thomas e rivolgendosi a Bryce dice “io credo che Mr. Newton ne abbia abbastanza”, il professore a quel punto se ne va dunque, e Thomas si lascia andare un sorriso amaro appena accennato, mentre i titoli di coda scorrono sul suo capo chino.