Terrore nello Spazio

Terrore nello Spazio e l’alieno invisibile del cinema italiano. Rensione di Daniele Bruni.

Il genere fantascientifico non è mai stato un campo di ricerca fortunato per i cineasti italiani; non parliamo certo di scarsità di idee originali, al contrario, quelle non sono mai mancate come vedremo più avanti. Fin dalla nascita del cinema per come lo conosciamo, le produzioni americane vantavano il supporto di un’industria efficiente e organizzata, e più di tutto il resto, budget di gran lunga superiori a quelli che persino oggi possono vantare le produzioni italiane. Per questi motivi il cinema americano poté donare, e tutt’oggi dona, opere di fantascienza visivamente sbalorditive e extraterrestri originali. La loro realizzazione, frutto di consapevoli operazioni meta-cinematografiche in alcuni casi, o commerciali in altri, non ha mai mancato di dire qualcosa sul cinema dell’epoca e sui suoi spettatori. Con grande sorpresa però, è d’obbligo riconoscere che il cinema italiano non si sia lasciato intimorire dal confronto, e abbia in realtà realizzato un esiguo numero di opere che, è il caso di dirlo, si inseriscono con grande dignità all’interno del genere. Una delle caratteristiche del cinema degli alieni italiano è che laddove per lo meno l’alieno è visibile, assume sempre un aspetto del tutto umano. Ricorrere alla suggestione o alla recitazione per convincere lo spettatore che l’attore che ha di fronte in realtà non è un umano ma un extraterrestre è un espediente reso canonico nel 1956, con l’Invasione degli Ultracorpi (Invasion f the Body Snatchers) di Don Siegel e ripreso moltissime volte nella storia del cinema. Nonostante ciò, sarebbe quasi irrispettoso non riconoscere una prima applicazione di questa idea a Enrico Novelli nel lontano 1910 con il suo cortometraggio di appena 15 minuti, Un Matrimonio Interplanetario. Questo piccolo lavoro risale certamente a un’epoca in cui il cinema ancora non era il cinema che conosciamo oggi, bensì più simile a un’attrazione quale poteva essere il circo. Possiede tuttavia una inaspettata originalità nel mostrarci le nozze tra l’astronomo terrestre Aldovino e la principessa marziana Yala. I marziani del film sono attori che non tentano nemmeno di mascherare la loro umanità, hanno vestiti eccentrici certo, ma nulla che si possa paragonare ai seleniti di Méliès di otto anni prima. Per cui nonostante il film di Novelli si ispiri, a livello visivo, alle stesse ambientazioni fiabesche mostrate nel Voyage dans la Lune di Méliès, gli va riconosciuto di averci elegantemente mostrato (forse inconsapevolmente) che gli alieni in fondo, potremmo anche essere noi; non a caso la principessa Yala guarda a sua volta la Terra attraverso un telescopio.
Da Novelli in poi, molti furono i registi italiani che si confrontarono a loro modo con il cinema degli alieni, per citarne alcuni; Totò nella luna (1958) di Steno, I pianeti contro di Noi (1962) di Romano Ferrara, Omicron (1963) di Ugo Gregoretti. Persino Tinto Brass ne realizzò un eccentrico esempio nel 1964 Il Disco Volante. In tutti questi film, che purtroppo non possiamo analizzare in un solo articolo, l’alieno è sempre umano, o un’entità spirituale reincarnata in un corpo umano. Si arriva dunque al 1965 con Terrore nello Spazio, diretto e scritto da Mario Bava su ispirazione del romanzo di Renato Pestriniero Una Notte di 21 Ore, nonostante il film una volta terminato risultasse a detto dell’autore piuttosto diverso dal libro. Il film racconta le disavventure dell’equipaggio di due navi spaziali terrestri; la Galliot e la Argos, in esplorazione nello spazio sconosciuto. Attirati da un segnale di soccorso proveniente dal pianeta Aura, l’equipaggio delle due navi decide di atterrare per procedere con l’esplorazione. L’atterraggio non è indolore, le due navi vengono danneggiate e un decollo immediato è impossibile, ma la cosa peggiore è che entrambe le squadre vengono colte da una improvvisa frenesia omicida che li spinge a uccidersi tra loro. Il capitano della Argos, Mark Markary (Barry Sullivan) riesce a resistere a quella diabolica influenza e a ridestare i suoi compagni. Ma la situazione è destinata a peggiorare perché l’equipaggio della Galliot non è stato altrettanto fortunato e i suoi membri si sono uccisi l’un l’altro. Markary guiderà i suoi uomini nel tentativo di riparare la navicella e fuggire dal pianeta prima che quel misterioso influsso li uccida tutti. Il film divenne un cult grazie soprattutto al lavoro di Bava che con il suo storico talento negli effetti speciali creò un’opera di fanta-horror celebre e sicuramente originale all’interno del contesto produttivo italiano. Questo regista è tutt’ora riconosciuto come un maestro del cinema horror e il suo talento è riconosciuto a livello internazionale. Egli dimostrò sempre grande abilità nel creare effetti speciali artigianali ma complessi e di grande impatto, con risorse esigue e semplici trucchi. Del resto, tutto il suo cinema fu caratterizzato dalla povertà di risorse che fortunatamente sembra non abbia fatto altro che incentivare il suo genio. Il pianeta Aura è una buia landa desolata disseminata da guglie rocciose e pervaso da una perenne coltre di vapori che opprimono l’ambientazione, costituendo un panorama alieno certo, ma quasi più simile a una visione dell’Inferno dantesco. Inferno che diventa tale quando gli astronauti deceduti risorgono misteriosamente pronti a portare nella tomba quelli che ancora sono in vita. L’equipaggio di Markary scoprirà successivamente anche i resti di un’altra navicella, aliena questa volta, ma del cui equipaggio restano solo i giganteschi scheletri, un destino che sembra insolitamente simile a quello che rischiano di incontrare anche i nostri protagonisti. Uno dei cadaveri rianimati rivelerà infatti che i morti non sono risorti ma posseduti dalla specie aliena nativa del pianeta, gli auran. Essi sono esseri invisibili che pare vivano su un diverso livello di realtà; il loro mondo è ormai una landa sterile e per questo attirano ignari esploratori sul loro pianeta per poterli “parassitare”, nella speranza di guadagnarsi la possibilità di lasciare così il pianeta morto. Un alieno invisibile per il cinema italiano è senz’altro una scelta guidata dalla penuria economica, ma Bava trasforma il limite in risorsa, dando vita a un esercito di creature che sulla carta risulterebbero spaventose persino in un fil contemporaneo. Non possiamo vederle, non possiamo combatterle, ma loro possono entrarci nella mente, controllarci e ucciderci se vogliono. “Vedere” questi alieni impossessarsi dei morti in un’ambientazione così demoniaca a modo suo, è forse una delle immagini del cinema fantascientifico dell’orrore più emblematiche. Così efficace da riuscire a diventare popolare anche in America, tradotto Planet of the Vampires, titolo che onestamente lascia a desiderare, poiché ne privilegia l’aspetto horror, che come abbiamo già sottolineato, ne è solo una parte. Una parte che non può passare in secondo piano poiché del resto le tute dell’equipaggio e la navicella sono squisitamente figlie di un’estetica fantascientifica anni ’50; banalissime, è il caso di dirlo, quasi ridicole ma pur sempre molto in linea con quello spirito. Pare che Ridley Scott si sia profondamente ispirato a questo film per il suo Alien del 1979; un film che è forse tra i più fondamentali per una visione critica del cinema degli alieni nella storia, ed in realtà profondamente diverso da quello di Bava. Sarebbe però sciocco non vedere come alcune tematiche del film di Bava vengano riprese in quello di Scott sotto una luce completamente nuova. Anche in Alien l’equipaggio della Nostromo viene ingannato da un messaggio sconosciuto proveniente da un pianeta alieno, che come Aura è desolato, oscuro e senza vita. Anche su questo pianeta è presente un relitto alieno con i cadaveri dei suoi antichi piloti, annientati a loro volta dallo Xenomorfo, esattamente come gli anonimi naufraghi alieni ritrovati dall’equipaggio della Argos su Aura. In Terrore nello Spazio gli alieni sono invisibili per natura, hanno bisogno di corpi da invadere; anche Alien necessita di un corpo per crescere, ma non è certo invisibile anzi, il suo corpo è forse uno dei design più celebri della storia del cinema. Tuttavia, è un corpo che non vediamo mai per intero nel film originale. La sua estetica oscura, che si confonde con la struttura delle viscere dell’astronave, lo rende a modo suo quasi invisibile. Sono analogie interessanti, che vanno però viste in un’ottica più grande; non è tanto Scott a essersi ispirato a Bava, quanto semmai Bava ha il merito, e il talento, di aver sviluppato in un film sugli alieni, prima di chiunque altro, schemi narrativi e visivi, destinati a essere consacrati a una fama immortale con il ben più complesso Alien. E poi, va detto che come ogni buon film dell’orrore come in parte risulta essere Terrore nello Spazio, il finale non è vittorioso come in Alien. Quando finalmente crediamo che la fazione dei vivi abbia finalmente sconfitto quella dei morti/alieni riuscendo a riparare la nave e fuggire si scopre che in realtà due degli unici tre superstiti della Argos; il capitano Mark e Sanya (Norma Bengell) sono in realtà controllati da due auran (agli auran basta che l’ospite sia momentaneamente incosciente per infiltrarsi) l’altro astronauta Wes (Angel Aranda) lo scopre e sabota la navicella, morendo nel tentativo. I due auran non possono affrontare un viaggio interstellare ma sfortunatamente il pianeta più vicino su cui atterrare è proprio la Terra. In conclusione, vale la pena ricordarci che dei richiami tra Terrore nello Spazio e Alien qualcuno se ne accorse già nel ’79, anno di uscita del film di Scott. Il film di Bava venne infatti proiettato nuovamente con il titolo Alien è Terrore nello Spazio, manovra abbastanza discutibile a dire il vero, poiché mirata a trarre nuovi profitti dal film sfruttando il successo di Alien.